<--- ritorno                                         BETTINA

 

 

C’era una volta, in un piccolo paese della Toscana, non troppo lontano da Firenze, una bambina di nome Bettina.

Bettina, era conosciuta da tutti perchè, pur essendo piccola, aveva un grande coraggio. Se ne andava in giro per il paese, pronta ad aiutare chiunque avesse bisogno, e la gente del villaggio non si privava di chiederle dei favori.

- Bettina devo andare un momento dal calzolaio, puoi sorvegliare Paolo fino al mio ritorno ? Se piange dagli il ciuccio, vedrai che resta calmo! 

Così la signora Irma poteva partire tranquilla, sapendo che Bettina avrebbe sorvegliato il suo figlioletto di appena quattro mesi, come fosse stato il suo fratellino. 

- Bettina potresti andare a comprarmi un chilo di farina?  Le chiedeva la signora Marietta, e lei sempre gentile e sorridente correva dal fornaio a comprare la farina.

L‘Assuntina invece era un’anziana signora di oltre novant’anni, e viveva da sola, al quarto piano, proprio sotto il tetto di una vecchia casa, vecchia e « delabre », come  lei!

L ‘Assuntina, non poteva più né scendere né salire le scale, e quindi, quando Bettina passava davanti alla casa, guardava sempre su verso le sue finestre, per vedere se le faceva cenno di salire agitando la mano, come faceva quando aveva bisogno di qualcosa.

Bisogna sapere, che tutti i ragazzi del paese pensavano che l’Assuntina fosse una strega. Per questo, quando vedevano che Bettina saliva le scale per andare da lei, le gridavano in coro: 

- Non ci andare! Vedrai che un giorno ti trasforma in una ranocchia ! Oppure ti offre una mela e t’avvelena ! 

Bettina pensava che quelle erano tutte storie! La povera Assuntina era sola e malata, aveva solamente bisogno d’essere aiutata, e siccome nessuno lo faceva, era lei, che andava a comprarle le cose che le bisognavano per mangiare, e poi, andava ogni giorno alla fonte a cercargli una mezzina d’acqua.

Ma anche se pensava che quelle erano tutte storie inventate per fargli paura, era anche vero che quando arrivava nelle scale senza luce del quarto piano e nel corridoio che portava alla porta dell’Assuntina, un briciolo di paura, un po’ d’angoscia che si confondeva con il fiatone d’aver salito in fretta tutte quelle scale, ce l’aveva anche lei!

Un giorno, mentre faceva il suo giro abituale per il paese, passando sotto le finestre dell’Assuntina, questa le fece segno con la mano di salire, e come al solito i ragazzi che giocavano in mezzo alla strada, vedendola entrare nel portone, cominciarono a gridare : 

- Tanto é una strega, vedrai che t’avvelena e ti trasforma in una ranocchia o una pietra!

Bettina, che come ho detto era comunque coraggiosa e soprattutto non le piacevano le ingiustizie, salì su, senza voltarsi indietro!

Quando l’Assuntina le aprì la porta non potette fare a meno di pensare che era veramente consumata e fragile. Ricurva  e tutta vestita di nero, con una mantella di lana sulle spalle, era piccola quasi quanto Bettina, e lei si diceva che una persona così, non poteva fare del male a nessuno.

- Senti Bettina, potresti aiutarmi a pulire un po’ la mia stanza ? C’è da levare la cenere dal camino e dare una spazzatina per terra. 

Bettina che non diceva mai no, accettò di aiutarla a pulire la stanza dai mattoni rossi di cinabrese, il camino pieno di cenere, l’aiutò a fare il letto, spolverò un po' la tavola e la madia, rimise a posto le due sedie, insomma l’aiutò come poteva, visto che la vecchia signora ormai non poteva quasi più fare nulla, poiché aveva tanto male alla schiena e alle gambe.

Quando ebbe finito, l’Assuntina le disse : 

- Come sei brava Bettina ! Grazie di avermi aiutato, ne avevo proprio bisogno ! Cosa posso darti per ringraziarti ? 

- Nulla! Va bene così. Adesso devo andare a casa, ma torno domani.

Stava già aprendo la porta, quando l’Assuntina le disse : 

- Aspetta! Prendi almeno una fetta di polenta di castagne! Sai l’ho fatta ieri, è dolce e buona, tieni prendila.

E mentre parlava, prese nella madia una fetta di polenta che incartò in una carta gialla, e gliela dette.

- Non grazie, non voglio nulla!  Rispose Bettina sorridendo e cercando di andare via. Per un momento la fetta di polenta passò dalle mani dell’Assuntina a quelle di Bettina e dalle mani di Bettina a quelle dell’Assuntina, e così via!

Bettina non voleva la polenta perchè sapeva che la povera vecchia si stava sicuramente privando di quel poco che aveva da mangiare, ma nello stesso tempo capiva che in quella insistenza c’era anche un bisogno così forte di dare, di rendere qualcosa in cambio del piacere ricevuto, che se Bettina non accettava, poteva sembrare un’ umiliazione o un’offesa.

Così quando la bambina sentì il sentimento che provava la vecchia signora, decise di mettere fine ai complimenti ed accettò la fetta di polenta, ringraziandola.

Ma appena Bettina cominciò a scendere le scale buie, malgrado che fuori fosse ancora giorno e brillasse il sole, nella sua testa cominciò a sentire le voci beffarde dei ragazzi del borgo : “È una strega, vedrai che un giorno ti dà qualcosa da mangiare e ti trasforma in una ranocchia o una pietra! Vedrai che t’avvelena”.

Quante volte li aveva sentiti gridare così quasi come in una cantilena? Sola nel buio, avanzando lentamente un piede dopo l’altro, gradino per gradino, la fetta di polenta, malgrado l’odore delizioso che emanava, diveniva un bagaglio sempre più difficile da portare, come se a ogni passo aumentasse di peso, come un sasso che diventa sempre più grande.

- È una strega, vedrai che un giorno ti dà qualcosa da mangiare e ti trasforma in una ranocchia o una pietra ! Vedrai che t’avvelena! 

Sapeva bene che non era vero! Ma anche sapendolo sentiva che l’idea d’assaggiare anche il più piccolo pezzetto di quella polenta, le era insopportabile. Bettina provava vergogna per i pensieri che le passavano per la testa, vergogna per la paura che cresceva nel suo ventre.

Assuntina, s’era sicuramente privata di quel poco che aveva, e lei era ormai pronta a cercare  un posto nascosto dove buttare quel delizioso regalo!

L’avrebbe forse buttata veramente via, se non fosse arrivata al terzo  piano, dove la luce del sole, proveniente da una delle finestre del pianerottolo, non avesse, oltre al buio, spazzato via anche tutte le sue paure. Il sole che cadeva perpendicolare ai tetti dello stretto borgo, le permise di ritrovare un po' di buonsenso. Non è che avesse deciso di mangiarsi quella fetta di polenta, ma cominciò a pensare cosa poteva farne perché non fosse gettata via inutilmente. A quei tempi nessuno nel borgo era tanto ricco da buttare via qualcosa da mangiare, soprattutto a Bettina tornarono in mente anche le parole di sua nonna Domenica, e le storie che le raccontava quando era viva e dormivano nello stesso letto. “Sappi che non si deve mai buttare  via nulla di quello che la provvidenza ci ha dato! Nemmeno una briciola di pane, se non la mangi tu, ci sono gli uccelli! Sappi che quando siamo morti, se abbiamo sciupato il mangiare, che è una grazia di Dio, ci accendono un dito, come una candela, e bisogna tornare sulla terra a ricercare tutto, fino all’ultima briciola ! Solo all’ora potrai andare in Paradiso”.

Bettina sapeva bene che anche quelle erano storie! Ma chissà? Chi poteva saperlo? Si sedette nel pianerottolo, sul primo scalino proprio sotto la finestra e cominciò a pensare a chi, tra tutte le persone del paese che conosceva, poteva aver bisogno di mangiare qualcosa, a chi una fetta di polenta di castagne avrebbe fatto veramente tanto piacere?

Dopo un po’ il volto rubicondo dell’Adriana apparve come per magia nei suoi pensieri! Le piaceva così tanto mangiare! Era sicura che non avrebbe detto di no, si alzò e scese il resto delle scale correndo e la vita le sembrò di nuovo bella !

 

 

 

                                               Virgola

 

 

Virgola sta giocando con un rotolo di carta igenica, legato da un piccolo fiocco rosa.

 

Corre, si agita, salta da una poltrona all’altra, si ferma appena un attimo per ascoltare Albinoni, poi si mette di nuovo a trascinare, spingere, rincorrere il suo rotolo, creando un movimento frenetico di salti e di capriole.

Quasi non gli bastasse tutto questo per farsi notare, se la prende con l’orlo e con i bottoni del mio vestito. Se la sua furia si placa un momento, è per la curiosità di guardare lo strano movimento della penna, che scorre su questa pagina che si riempie di segni. Se si  è fermato, è forse perché ha capito che,  anche così, mi sto occupando di lui.

 

Virgola è tutto nero ed ha appena due mesi d’esistenza. Le unghie piantate nelle mie calze, attende solamente un mio gesto per farne saltare i fili.

Lui che sembrava inarrestabile, impossibile da dominare,  adesso che ho preso la decisione di scrivere e renderlo partecipe della mia storia, è finalmente calmo.

 

Se solamente Virgola avesse  capito la verità!

 

Avrei voluto che si fosse trasformato in un’enorme pantera nera,    invece d’intestardirsi in questo gioco innocuo di gattino nervoso, mordere e strappare il mio vestito. Avrei voluto che si fosse gettato contro la gola di Marco, ogni volta che le sue mani hanno cercato di sfiorarmi.

 

In realtà sono veramente furiosa contro di me, mortificata e ferita, per il concorso di circostanze che mi hanno condotta, ancora una volta, in questa casa.

 

Il solo motivo, per cui ho accettato di lasciarmi amare, è questo senso di colpa, e la convinzione che Marco non ha ancora capito, quello che ho cercato inutilmente di dirgli.

 

Voglio che questa storia finisca.

 

Mi sento in colpa, poiché ho paura che con la scusa d’amarmi, Marco sciupi la sua vita e finisca per  abbandonare sua moglie e suo figlio.

 

L’egoismo dell’ amore acceca Marco, a un punto tale, che non sa dare alle parole lo stesso valore o lo stesso significato che cerco di trasmettergli quando gli parlo.

 

Albinoni continua a parlarmi attraverso i violini, con una cascata spumeggiante di note, come le fontane di Villa Adriana a Tivoli, quando danzano in un concerto di luci.

 

Virgola è finalmente quieto, ma ho  paura che se di smetto di scrivere, ricominci a piantare le sue unghie affilate nei miei fianchi.

Non lo vedo, ma lo sento appoggiato contro la mia schiena, leggero come il contatto di una piuma. Solamente il calore del suo piccolo corpo mi comunica questa quiete ritrovata.

Virgola è il gatto di Marco.

Nell’altra stanza, al telefono, Marco cerca di assicurarsi la certezza che sua moglie sia veramente arrivata al mare, nella loro casa di vacanze.

 

Fin dal primo istante, con Virgola, è stata  veramente la guerra (istinto di gatto, padrone di casa).

Io, l’intrusa, turbavo la quiete di un’assenza.

Sicuramente gli mancano quelli che non sono qui, quelli che sono partiti  al mare.

Solamente adesso, che in qualche modo m’ha separata da Marco o immagina d’averlo fatto, ha ritrovato le sue zampe di velluto.

 

Non deve essere facile per lui, d’essere stato il solo testimone di un adulterio e di non poter fare niente per impedirlo!

Mi resta accanto con quest’aria di cane da guardia,  attendendo solamente la prossima mossa fatale.

 

Per Virgola, che ha cercato come poteva d’impedire il misfatto,  il vestito che si sbottonava lentamente, è stato il primo colpevole. Quando le mani di Marco  si sono insinuate all’interno del mio reggiseno, Virgola stava dietro la mia schiena, impegnato sistemanticamente a mordicchiare e a graffiare tutto il tessuto che non aderiva più alla mia pelle.

Che cosa può significare per un gattino di due mesi,  la passione di due amanti ? Il respiro corto e eccitato, il battito dei loro cuori, sempre più veloci, e il desiderio che si erge nei seni rendendoli duri. Che cosa può averlo scatenato in quel modo?

 

 

Per lui sembrava  necessario, anzi, indispensabile, continuare a fare qualcosa, continuare a lottare.

Quando si è sentito sollevare di peso e rinchiudere nella camera buia, ha cominciato a piangere e a miagolare da far pietà, malgrado fosse in compagnia dell’orsacchiotto blù, grande almeno dieci volte più di lui.

 

Mentre Marco cerca di telefonare, mi ritrovo seduta sul divano,  ancora mezza nuda.Mi sento ridicola, a cercar di scrivere quasi in diretta questa storia, guardandomi attraverso questi due grandi occhi verdi.

 

In realtà sono incastrata dagli avvenimenti e da questa mia eterna incapacità di chiarezza nei sentimenti.

 

Da anni, sfioro appena la realtà di questo essere che amo, concedendo al mio corpo uno strano piacere d’amplessi, d’ore furtive, d’incontri, che non sono che parentesi nel percorso della mia vita.

 

Ho incontrato Marco cinque anni fa, qualche giorno prima che mio padre morisse,  e come oggi la sua famiglia era partita al mare.

 

Io venivo da lontano ed è stata la poesia a farci incontrare. Avevo vinto un concorso, lui era un giornalista della Nazione.È stata la poesia a parlare per noi, il suo passato, il mio passato, due mondi invisibili, due universi paralleli, che si sono incontrati.

La disperazione che portavo in me nell’attesa della morte annunciata di mio padre, cresceva ad ogni istante, mentre la vita pulsava nelle mie vene, assetata d’amore come per vendetta.

Dove trovare la forza di sopravvivere, di sfuggire alla morte? Se non tra le braccia di un poeta sconosciuto, capace di far rivivere il tempo della bellezza, della giovinezza che credevo perduta per sempre. Poeta capace di riaprire per me un giardino segreto di parole, di fiori, di colori di nostalgia dei ricordi, capace di rendermi quella musica, quelle canzoni degli anni della rivolta, della libertà rubata e perduta in nome dell’amore.

 

Non ho avuto il coraggio di dire a Marco che non l’amo veramente. Che sono solamente attratta da lui per momenti, che lo amo sì, ma a modo mio, come un’avventura che si prolunga nel tempo.Che lo amo , come un’oasi nel deserto, presso cui ci si ristora un momento, prima di ripartire.

Lo amo perché le circostanze della vita l’hanno portato ad essere presente, ad essere là, nei momenti in cui avevo bisogno di fermarmi, prima di riprendere il bastone del pellegrino.

Lo amo come so amare, con questo bisogno di distanza, con questo spazio che mi lascia libera di vivere altri amori, altre storie.

 

 

Lo amo, perché la sua poesia scende nella mia anima come un balsamo, come la mirra.

Lo amo, perché sa cantare per me le sue canzoni, che mi rendono per un giorno la figlia del tempo. Come dirgli che non voglio appartenergli, e che non sarò mai di nessuno?

Come dirgli che ho bisogno di partire, d’andare altrove, portando nel mio essere questi ricordi? Come dirgli che mi sarebbe impossibile restare un giorno di più, un’ora di più, senza soffrire, senza essere prigioniera di un amore che spezzerebbe le mie ali di farfalla?

 

Come dirgli che ho sperato veramente che Virgola riuscisse ad accaparrare la nostra attenzione e c’impedisse di ricominciare.

Come dirgli che ho tenuto gli occhi chiusi mentre mi amava, che ho rifiutato le sue labbra solamente perché una parte di me non voleva più.? Marco si rifiuta di vedere la verità, non vuole sapere che ha posseduto solamente un corpo, profanandone l’anima.

 

Virgola, malgrado tutta la buona volontà, non ha potuto impedire nulla.

 

Così come io non potevo impedire nulla, senza ferire Marco, senza rifiutare l’amore che mi stava offrendo. Ho dovuto scegliere chi tra di noi,  doveva soffrire, chi poteva subire quest’assurda violenza di sentimenti.

 

Se solamente Virgola potesse capire quanta forza e quanta gioia m’ha dato la sua presenza, la sua vitalità turbolenta.

 

Aggrappato alla sua volontà istintiva di gattino nero, piccola pantera in miniatura, veloce come una palla da tennis lanciata da un campione, imperterrito come un gladiatore nell’arena e incurante della sua piccola forza, dei suoi due etti di peso, e dei richiami all’ordine di Marco, non ha smesso neppure un istante la sua azione di sabotaggio! Cercando di creare uno spazio tra di noi, una diversione, rovesciando, strappando e rompendo tutto quello che poteva.

 

Se solamente l’avessi aiutato!

 

 

 

                                                                                      Il Fakiro

 

« Buonasera signore e signori, militari, ragazzi e bambini!!! »

« Ma chi è? Cosa succede? »

« Attenzione! Attenzione! »

« Credo sia un attore girovago, un saltimbanco. »

« Attenzione! Fate largo! Lo spettacolo sta per cominciare! »

S’era fermato nella piazza del villaggio, vicino alla fontana. Tre tigli spelacchiati, ed una vecchia chiesa rimbiancata senza pietà per il suo stile bizzantino, stavano alla sua destra, mentre il campanile medioevale, e le case più anziane del paese, erano poste sugli altri tre lati della piccola piazza, dalla forma quadrata. Appena un crocivia più grande degli altri.

Aveva scelto bene, in quel posto pochi curiosi bastavano già per creare un pubblico.

« Lasciatemi un po’ di spazio!  Tu ragazzino vieni qui, dovrai solamente passarmi le cose che ti chiedo. »

L’uomo aveva con sé un baule di legno e una piccola valigia.

S’era spogliato velocemente, davanti alla gente. Sotto il grosso maglione di lana nera ed un paio di pantaloni di logoro velluto, portava solamente un gilet di cuoio marrone e dei pantaloncini corti. Completavano il suo abbigliamento per lo spettacolo, un’altra cintura nera che gli sosteneva la vita e lo stomaco, mentre portava ai polsi due bracciali di cuoio trapuntati di grossi chiodi.

Doveva avere una cinquantina d’anni.

Il suo corpo, ora che si poteva vedere la massa dei muscoli, aveva l’aria di un’enorme carcassa.

Sicuramente era stato un uomo solido, vigoroso, ma adesso si vedevano qua e là delle cicatrici, segno di un vuoto interiore, che creava un senso di fragilità, in questa grande baracca di quasi due metri.

Un tempo doveva esere stato un uomo molto forte, ma adesso qualcosa d’usato, un po’ come i buchi del suo maglione, traspariva in lui.

La gente guardava sorridendo...ognuno a suo modo, secondo l’istinto che portava nell’anima.

Qualcuno bisbigliava nell’orecchio del vicino:

« Che cosa crederà di farci vedere questo povero imbecille, che non abbiamo già visto mille volte? »

« Per adesso guardiamo giusto un momento -pensavano- ma appena incomincia a chiedere soldi, si parte! »

« Neppure io ho voglia di dar soldi a qualcuno che si mette in mezzo alla strada! Non è neppure come essere al circo. »

Intanto l’uomo aveva tirato fuori da un boccale di vetro delle ranocchie ancora vive e s’era messo ad ingoiarle ad una ad una.

« Bella fatica ingoiare delle ranocchie, quando si ha una fame invecchiata! -diceva qualcuno abbastanza forte perché lo sentissero anche gli altri- questo qua potrebbe ingoiare di tutto, per tapparsi il buco che ha nello stomaco! »

Un altro aveva aggiunto:

« Poteva trovare qualcosa di meglio che invitarci a cena! »

L’uomo, dopo avere ingoiato una decina di ranocchie, le faceva risalire adesso, tra una parola e l’altra di uno strano discorso e le rimetteva nel boccale.

Qualche ragazza delicata di stomaco, accompagnava questa visione con dei piccoli gridi, mentre fingeva di tapparsi gli occhi per non vedere.

Finito il numero delle ranocchie, aveva preso una lunghissima catena d’acciaio e aveva domandato a due uomini robusti di legarlo da capo a piedi come un salame, poi aveva fatto chiudere loa catena con un luchetto.

Quando l’operazione fu finita, aveva proclamato ad alta voce che sarebbe riuscito a liberarsi, in meno di dieci secondi, da quel groviglio di catene.

Tra la gente, qualcuno aveva ancora commentato al proprio vicino:

« Se sapessi il trucco come lui, sono sicuro, che anch’io potrei liberarmi del peso di tutte le mie catene. -poi un po’ più forte perché anche altri potessero comprendere le sue parole- Ma ti sembra intelligente di farci perdere così il nostro tempo? A guardare cose ormai sorpassate, come se non ci fosse nulla di meglio da fare! »

Così quando tutti ebbero ammirato bene iul salame incatenato, bastò che dicesse:

« Uno! Due! Tre!! »

E le catene erano ai suoi piedi.

Qualcuno aveva provato ad accennare un applauso...Chi era stato l’idiota?

« Ed ecco a voi signore e signori, il momento più emozionante dello spettacolo! La lotta contro il dolore!

Adesso infilerò davanti ai vostri occhi, questi grossi aghi, che una volta adoperavano per cucire i materassi, nelle braccia, nelle gambe, nel petto!

Tutto questo senza fare uscire del sangue! »

Questa volta tutta la gente s’era messa a discutere su quale poteva essere il trucco adoperato.

« C’è un trucco! »

« Certo che c’è un trucco! »

« Mi sembra di averne già sentito parlare! »

« Deve essere un Fakiro, sai quelli che dormono sui chiodi. »

« I Fakiri non sentono niente, possono camminare sul fuoco, senza bruciarsi. »

Questa volta, quando gli aghi avevano cominciato a penetrare nella carne, s’era fatto silenzio...anche i bambini irrequieti, avevano guardato senza più fare un gesto.

Davanti alla finestra, al secondo piano di una delle vecchie case della piazza, inginocchiata su di una sedia, una bambinetta di circa cinque anni, stava guardando quello strano spettacolo...

Tutti erano scesi ormai nella piazza.

Solo lei era rimasta alla finestra, là dove sua madre l’aveva lasciata quando era scesa per guardare da più vicino.

Grosse lacrime riempivano i suoi occhi...L’uomo che s’offriva in spettacolo sulla strada, come in sacrificio, davanti allo sguardo spietato di tutti, la faceva soffrire.

Ma attraverso le lacrime, qualcosa stava cambiando.

L’immagine dell’uomo era sparita.

Era se stessa che vedeva sulla piazza adesso...la gente aveva cominciato a sfilarle accanto guardandola...

Ogni volto che la guardava aveva un’espressione diversa, un sentimento differente da esprimere.

Improvvisamente, aveva cominciato a crescere, mentre la gente cambiava, non era più la stessa, ma non smettevano di sfilare davanti a lei.

Mentre diventava grande, le sembrava che anche lo spettacolo fosse cambiato...non soffriva più, non c’era più una sola ferita che potesse farle male.

Infine si rese conto d’essere lei a guardare la gente che sfilava...era come se fosse divenuta la sola spettatrice dell’intera umanità...che continuava a sfilare...